La cucina giapponese che non ti aspetti: “Il menù di Yocchi”

Io credo profondamente nei colpi di fulmine. Soprattutto in fatto di libri.
Con il Menù di Yocci – alias Noda Yoshiko – (ed. Corraini, 2011, pp. 44, in offerta cliccando qui a € 7,65) è stato amore a prima vista: per via della sua genuina semplicità, del testo in italiano e in giapponese, dell’atmosfera giocosa che si respira in ogni pagina.

Il volume è, sin dal titolo, ciò che promette: un menù comprendente alcune delle più celebri pietanze della tradizione giapponese, accompagnate da una breve e chiara spiegazione e, non di rado, dalla ricetta per sperimentarle a casa propria, condita da curiosità sulla cultura del Sol Levante (lo sapevate, per esempio, che i kitsune udon si chiamano così in onore della volpe, ghiotta del tofu fritto che è utilizzato in questo piatto?).

Non lasciatevi ingannare dall’aria kawaii e un po’ infantile dei disegni: l’autrice – sì, proprio quella figurina riccia e sorridente che appare nel libro alle prese con pentole e ingredienti dall’aspetto bizzarro – è infatti laureata in pittura presso l’Università di Belle Arti di Osaka e all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il suo tratto rapido e stilizzato, le campiture di colore realizzate a pastello, i simpatici strafalcioni in italiano non fanno che rendere più originale e, soprattutto, autentico questo libretto, che va coraggiosamente controcorrente in un’editoria gastronomica spesso solleticata dalla tentazione di fare della reflex (e del relativo Photoshop), piuttosto che delle vivande, il suo cavallo di battaglia.


E così, dall’immancabile sushi fino ad arrivare al meno noto chikuzen-ni, passando per il tamagoyaki, i mochi, lo zenzaie altro ancora, ci ritroviamo proiettati in un album che assomiglia a una fiaba, in cui ─ mettendo da parte ogni ricerca dellumami o del kokumi, il misterioso gusto-non-gusto ─ il cibo può essere allo stesso tempo punto di partenza e meta di un viaggio sensoriale e culturale.
Sfogliata anche l’ultima pagina, gli occhi sono sazi, ma la curiosità – anziché appagarsi – è diventata, come la fame, più acuta: effetti collaterali di una lettura davvero saporita.

 

Questo post è stato pubblicato anche nel mio blog Biblioteca giapponese.

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